Il massimo del piacere

Matteo Ricci, gesuita alla corte dei Ming, diceva che “quando nell’amicizia il piacere prevale sulla virtù, non si può restare amici per lungo tempo”. Per Oscar Wilde, che poteva resistere a tutto tranne che alle tentazioni, “il piacere è l’unica cosa su cui valga la pena di avere una teoria”.
Per Socrate non è necessario che l’uomo rinunci al piacere per essere virtuoso. La virtù è la vita umana perfetta, ma per raggiungerla non si può non vivere. Chi è virtuoso prova il massimo del piacere. La differenza tra chi è virtuoso e chi non lo è consiste nel saper fare il calcolo dei piaceri e scegliere il più intenso. Chi non sa fare questo calcolo non può che abbandonarsi al piacere del momento.
L’utilitarimo socratico non ha dunque nulla a che fare con l’edonismo proposto dai sofisti. Al disordine degli impulsi che questo edonismo dava all’uomo come regola, Socrate oppone il dominio di sé che permette di scegliere in ogni caso la via da cui si può trarre il massimo piacere possibile.
Nell’utilitarismo di Socrate l’ingiustizia non può aver posto. Far male agli altri significa far male a se stessi e guastare la propria anima.
I sofisti risolvevano la giustizia nel diritto del più forte e ritenevano perciò lecita l’ingiustizia verso il più debole. Socrate ritiene che quest’ingiustizia sia il male peggiore per l’anima che la compie e che è meglio subirla che commetterla.

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