L’habitat naturale dell’esistenza

Delle immagini e della loro capacità di plasmare la struttura dell’uomo contemporaneo sembra che si sia già detto tutto. La stessa idea che la nostra sia la “società dell’immagine” ha corso il rischio di banalizzarsi, di diventare un luogo comune al pari dei fenomeni che si proponeva di descrivere. Il libro di Olaf Breidbach e Federico Vercellone condivide, almeno implicitamente, una critica del genere. Ma ne fa il punto di partenza per un percorso molto diverso, che abbandona il livello della diagnosi sociale per attraversare un campo di questioni completamente sconosciute al gergo contemporaneo dell’immagine. Il programma di Breidbach e Vercellone si svolge infatti all’insegna di presupposti del tutto peculiari: quelli tracciati dalla morfologia di Goethe e ripensati nel secondo Novecento da un autore come Francesco Moiso.
La forma, come la pensava Goethe, è il dispositivo che traduce il caos originario del mondo (la realtà, prima dell’attività con cui l’uomo la esperisce) in un equilibrio dinamico di forze. L’immagine entra in gioco a questo livello, come struttura attraverso la quale mettiamo in ordine i fenomeni. In questa prospettiva, la questione della forma assume dunque un rilievo fondamentale per descrivere i modi in cui ci orientiamo nella realtà. La portata innovativa del modello morfologico proposto da Breidbach e Vercellone sta proprio qui, nella riscrittura del problema dell’esperienza: una riscrittura nella quale la centralità dei procedimenti concettuali lascia spazio a un lessico diverso, attento ai processi della “messa in immagine”. Un’apologia del visuale, contro il primato del concetto, dunque? Sì, ma con un banco di prova fondamentale, che è anche la posta in gioco più importante del volume. L’intuizione goethiana sul ruolo dell’immagine nella nostra capacità di muoverci nel mondo trova infatti, secondo Breidbach e Vercellone, il proprio corrispettivo nel modo in cui si articola la logica della scoperta scientifica: da qui il sottotitolo del libro, che accosta scienza e arte. L’obiettivo è insomma quello di mostrare come la scienza oggi sia molto spesso scienza per immagini. Non però in un senso puramente “illustrativo”, come se si ricorresse alle immagini per tradurre ipotesi teoriche altrimenti difficili da divulgare. Bensì nel senso fecondo per il quale nella scoperta scientifica è l’immagine a venire prima della sua concettualizzazione: potremmo dire, della sua traduzione in parole. E questo processo di traduzione rimane sempre in qualche modo accessorio. In tal senso, il modello morfologico si riconnette alla riflessione più generale sulla cosiddetta svolta iconica (Gottfried Boehm): ossia l’idea che i fenomeni culturali che nel corso del Novecento hanno accresciuto la potenza e l’ambiguità delle immagini possano essere spiegati soltanto a partire dal riconoscimento che l’ambito del visuale è dotato di una normatività intrinseca, una vera e propria grammatica autonoma, ben più complessa di quella della parola. Ma dal punto di vista di Breidbach e Vercellone si tratta di un passaggio che si comprende soltanto se si enfatizza la capacità, da parte del visuale, di fornire l’habitat naturale all’esistenza: è attraverso l’immagine che si costituiscono i presupposti condivisi in grado di orientare la “comunità dei co-vedenti”.

(di Alberto Martinengo)

Pensare per immagini
Olaf Breidbach e Federico Vercellone
Bruno Mondadori
2011

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