La felicità degli antichi

Scrive Pierre Hadot che l’intento del filosofo greco non era quello di fondare dei sistemi. Le scuole filosofiche, nella loro prima e più fertile fase, erano delle associazioni libere riunite attorno alla figura del maestro. Dei sodalizi indipendenti in cui si faceva vita comune, si condividevano riti e abitudini e in cui sovente si celebrava il compleanno del caposcuola (anche dopo la sua morte) allo stesso modo con cui si festeggiavano i giorni consacrati alla nascita degli dei.
La scuola filosofica degli antichi era fondata su norme associative che avevano ereditato convenzioni e formalità delle antiche aristocrazie intellettuali. In epoca arcaica i maschi adulti si riunivano in eterie, ovvero in consorterie di sodali con intenti politici e orizzonti culturali comuni. Il Simposio di Platone è il prototipo di questo genere filosofico e riproduce in termini dialettici il clima intellettuale di un’epoca passata.
Hadot ci fa notare con grande competenza e sagacia che la filosofia antica è davvero un mondo ricco e frastagliato. La formula un po’ troppo abituale “dal mito alla ragione” non è in grado di spiegare in modo compiuto la nascita della filosofia greca. Indubbiamente la filosofia greca costituisce una svolta straordinaria nella storia del pensiero umano, ma non tutto quello che esisteva prima fu demolito e buttato nello sgabuzzino delle credenze popolari. I filosofi greci si guardarono bene dallo smantellare tutta l’impalcatura culturale su cui si era fondato tutto l’edificio della loro civiltà e avevano grande interesse per tutte le forme di linguaggio metaforico e simbolico, per i miti degli dei, per tutta quella cultura tradizionale in cui si riuniva e si equilibrava l’identità del popolo di lingua greca.
Merita leggere Pierre Hadot perché è stato un pensatore autentico e in questi saggi ha saputo misurarsi in modo conveniente e appropriato con un pensiero veramente libero e importante come fu quello della filosofia greca.
A cosa può servire la filosofia, infatti, se non a insegnarci a superare i ristretti e disagevoli limiti della coscienza individuale e per farci capire che gli esseri umani non sono che un frammento di un universo che, scriveva Celso nel Discorso vero, non è stato fatto per l’uomo più di quanto sia stato fatto per il leone o per l’aquila o per il delfino.
In studiosi così speciali come Hadot, il ritorno alla felicità degli antichi rappresenta una indovinata operazione di storia culturale, che interessa soprattutto al presente.

Twitter:@marcoliber


Pierre Hadot

La felicità degli antichi
(traduzione di Arianna Ghilardotti)
Collana Scienza e Idee
Raffaello Cortina editore
2011

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