Archive for the ‘Filosofi antichi’ Category

Perché la filosofia è necessaria

ottobre 3, 2013

La filosofia non desidera la sapienza o il sapere, e non ci insegna né verità né condotte da tenere. Qualcuno dirà che si esaurisce nel domandarsi chi e che cosa sia, in una solitudine che non disturba nessuno; al massimo, quello che potrà dare è talvolta un’idea utile allo sviluppo della ricchezza o l’utopia di un altro sistema sociale, o anche l’oppio metafisico della consolazione.
In definitiva, i filosofi sarebbero quei folli chiacchieroni che l’umanità si trascinerebbe dietro nel corso della sua storia, senza alcun profitto ma anche senza una gran perdita. Per quanto possano interpretare il mondo, essi ne restano sempre sulla porta e non lo trasformeranno mai. Il loro dire può quindi interrompersi, ridursi al silenzio senza che ciò cambi l’aspetto del mondo, dato che ha come unico filo conduttore uno strano attaccamento alla perdita, il desiderio di non perdere la perdita che mina ogni attività umana separandola da se stessa, il desiderio di non lasciarsi sfuggire la mancanza, il cui dardo è piantato nella vita dalla morte.

FIl necessPerché filosofiamo? La domanda può apparire retorica, ma non lo è… La filosofia nasce quando le persone cominciano a chiedere perché esistono e dal momento in cui parliamo, agiamo e viviamo sotto la minaccia della perdita. Non è possibile decidere di essere dei “bruti”, ci dice Lyotard, addormentandosi in un dato senza parole, in una pienezza senza mancanza, in una notte senza sogni…
Filosoferemo, quindi, per la semplice ragione che alla filosofia non si può sfuggire, per “attestare la presenza di una mancanza attraverso la nostra parola”.
“Chiedendoci non ‘che cos’è la filosofia?’, ma ‘perché filosofare?’, mettiamo l’accento sulla discontinuità della filosofia con se stessa, sulla possibilità della filosofia di essere assente. Per la maggior parte delle persone, per la maggior parte di voi, la filosofia è assente dalle sue preoccupazioni, dai suoi studi, dalla sua vita.”

Jean-François Lyotard, Perché la filosofia è necessaria, traduzione di Rosella Prezzo, Raffaello Cortina editore, 2013.

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E il giardino creò l’uomo

luglio 24, 2012

Jorn De Précy, che ha profondamente influenzato l’arte del giardinaggio anglosassone del XX secolo, può essere considerato un giardiniere-filosofo, malgrado il suo rapporto con la filosofia fosse in un certo modo problematico. “Amava prendersi gioco dei pensatori «di professione» del suo tempo, diffidava delle teorie e dei sistemi filosofici e si limitava, il più delle volte, a manifestare le proprie idee senza cercare di approfondirle né di argomentarle: più che pensare da filosofo, viveva da filosofo. Come i grandi pensatori dell’Antichità, cercava prima di tutto di incamare una visione del mondo, una filosofia dell’uomo, un ideale di vita.”
Greystone, il suo giardino nell’Oxfordshire, è dunque, con le debite proporzioni, l’erede dei grandi giardini filosofici del passato, come quello di Epicuro o di Erasmo da Rotterdam.
“Alcune delle idee contenute nel Lost Garden fanno ormai parte della nostra visione del mondo; in piena era positivista, però, suonavano assai all’avangliardia: la solitudine dell’uomo-massa, la proliferazione di quegli spazi che l’antropologo francese Marc Augé chiama «non-luoghi della surmodemità», il nomadismo dell’individuo moderno.”
Sappiamo poco di questo islandese misterioso e solitario nato nel 1837 che lasciò il suo paese molto giovane per visitare i famosi giardini dell’Italia e della Francia. Si sarebbe in seguito stabilito in Inghilterra, dove costruì il suo “giardino selvaggio”. Nel 1912, alla fine della sua vita, De Précy scrisse questo piccolo libro che è molto più di una riflessione sul rapporto uomo-natura o di un trattato tecnico per giardinieri. In questo pamphlet ha esposto le sue idee sui giardini, ma anche le sue osservazioni sui cambiamenti sociali di un’epoca, sull’urbanizzazione e sul degrado del paesaggio.
Précy rivela a poco a poco la sua visione del mondo: come ricongiungerci con la natura, come capire e rispettare lo spirito di un luogo, abitando il mondo da poeti. Perché Il giardino è forse l’unico spazio che può salvare l’uomo dai flagelli moderni…


E il giardino creò l’uomo

Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi giardinieri
Jorn De Précy
a cura di Marco Martella
(traduzione di Laura De Tomasi)
Ponte alle Grazie
2012

Filosofia del design

aprile 26, 2012

La filosofia di cui tratta il saggio di Renato De Fusco non è quella dei cosiddetti massimi sistemi, ma un’altra più duttile, empirica, mondana, concreta.
Col termine “filosofia” Renato De Fusco vuole indicarci una definizione, un concetto, il contributo di un autore, una tendenza storica, sociologica, artistica, tutto ciò che riguarda un “modo di pensare al design” e un “ragionamento sul design”. Questo però non toglie il riferimento, nel corso del testo, all’etica, all’estetica, alla logica, ovvero a parti della filosofia vera e propria.
In generale con “filosofia” si intendono anche i fondamenti delle molteplici discipline inerenti il design. La parola filosofia denota, tra l’altro, anche l’orientamento che sta alla base di una data attività, come per esempio la filosofia produttiva di una determinata azienda.

“Il concetto di «riduzione» culturale va considerato uno dei più importanti «artifici epistemologici», volto a semplificare ciò che è complesso, a riportare la molteplicità all’unità, a ricercare i caratteri invarianti in fenomeni e sistemi fra loro differenti, a individuare schemi e paradigmi rispetto ai quali considerare i casi reali. Così intesa, essa è assai simile alla concezione strutturalista tant’è che il principale significato del termine riduzione va interpretato come «riduzione strutturale».
Quanto al significato del termine «riduzione», dal latino reducere, ricondurre, esso assume un diverso uso lessicale secondo i campi in cui viene adoperato; tuttavia qui viene assunto anche nell’accezione quantitativa, ossia riduzione come diminuzione. La prima definizione ricavabile dai dizionari è generalmente quella di una modificazione opportuna e conveniente, riducibile anzitutto a limitazione, a semplificazione, a trasformazione più o meno integrale. Peraltro l’accezione quantitativa è stata posta a fondamento della teoria dell’informazione e sovrintende alla possibilità stessa di qualsivoglia processo comunicativo.”


Renato De Fusco

Filosofia del design
Einaudi
2012

Sbaglia solo chi prova

febbraio 15, 2012

J.K. Rowling, la scrittrice di Harry Potter, dice che secondo lei è non è possibile vivere senza sbagliare niente “a meno di scegliere di vivere in maniera talmente prudente che la vostra non possa essere considerata affatto una vita.”
A tutti può capitare di fare degli errori, perché sbaglia solo chi prova a fare delle cose. Grave sarebbe se la stessa persona, conscia del proprio errore, perdurasse in questa sua mancanza.
“Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, “venia dignus est humanus error” (Tito Livio, Storie, VIII, 35), ogni errore umano merita perdono. L’errare è parte della natura umana. “Cuiusvis hominis est errare: nullius nisi insipientis” (Cicerone, Filippiche XII. 5), è cosa comune l’errare: è solo dell’ignorante perseverare nell’errore…
Socrate diceva che chi sbaglia lo fa senza consapevolezza, senza intenzione di sbagliare. Per questo non ha senso punirlo, quando si dovrebbe piuttosto discutere con lui, per fargli capire il suo errore. Non si deve restituire il male col male, è la cosa più sbagliata.
“Osserva molte cose, scarta quelle insicure e comportati con molta cautela nei confronti di quelle rimanenti. Avrai così minore probabilità di sbagliare”, diceva Confucio.

Cos’è più cedevole dell’acqua?

febbraio 5, 2012

Il Tai Chi Chuan, che gli Occidentali chiamano Tai Chi, è costituito da una serie di posizioni da eseguirsi lentamente, secondo sequenze particolari. Una volta appreso, è utile come esercizio di igiene fisica e mentale, ma anche come strumento di difesa personale.
L’origine del Tai Chi Chuan è attribuita a un monaco taoista cinese chiamato Zhang San Feng.
Secondo la leggenda, Zhang San Feng era intento a meditare nella sua stanza verso mezzogiorno quando sentì un gran frastuono venire dall’esterno. Affacciatosi alla finestra, vide un serpente che, col capo sollevato, sibilava contro una gru appollaiata su un albero. La gru volò giù dal pino su cui era appollaiata e attaccò il serpente col suo becco tagliente come una spada. Ma il serpente spostò la testa di lato e attaccò con la coda la gru al collo; la gru sollevò allora l’ala destra per proteggersi il collo e allora il serpente si slanciò contro le zampe; ma la gru, sollevando la zampa sinistra e abbassando l’ala destra, riuscì a proteggersi dall’attacco. Ma a furia di attacchi e colpi, l’uccello non era piú in grado di portare efficacemente un attacco; il serpente, infatti, con rapidi e agili movimenti, si teneva sempre fuori portata. Dopo un po’, stanca di combattere, la gru volò via sull’albero mentre il serpente strisciava via nel cavo dell’albero, entrambi pronti alla battaglia del giorno dopo.
Da questo fatto Zhang San Feng comprese il valore del non opporre forza alla forza. Nel combattimento tra il serpente e la gru egli poté osservare nella realtà il principio dell’I Ching: l’alternarsi cioè di forza e cedevolezza e il passare dei due principi l’uno nell’altro. Si ricordò allora dell’insegnamento: cos’è più cedevole dell’acqua che col tempo demolisce anche la roccia?
Il grande maestro studiò allora la gru e il serpente, gli animali selvatici, le nuvole, l’acqua e gli alberi che si piegano sotto il vento e codificò dei movimenti naturali in un sistema di esercizi.