Archive for the ‘Libri letti’ Category

Filosofia dell’umorismo

aprile 7, 2012

L’idea essenziale del saggio sulla Filosofia dell’umorismo di John Morreall è che con l’umorismo si fa esperienza di un fulmineo e inaspettato cambiamento del nostro stato mentale, una sorta di slittamento cognitivo che in condizioni normali sarebbe preoccupante.
Proprio perché il riso e l’umorismo implicano spesso perdita dell’autocontrollo e sospensione delle convenzioni sociali, non sorprende che molte culture li abbiano guardati con sospetto o addirittura censurati.
Il codice morale di Protagora invitava a non lasciarsi possedere da incontrollabile ilarità ed Epitteto nel Manuale consiglia di “non ridere troppo forte, né di frequente né sguaiatamente”. Secondo Platone, invece, il riso è un’emozione che annulla l’autocontrollo razionale. Nella Repubblica il filosofo stabiliva che i guardiani dello Stato non dovevano essere “troppo facili al riso, perché a una risata violenta segue, di solito, una violenta emozione dell’anima”.
Anche nella Bibbia il riso viene interpretato come espressione di ostilità. Nei Proverbi leggiamo l’avvertimento: “Come un pazzo, che scaglia tizzoni e frecce di morte, così è quell’uomo che inganna il suo prossimo” che poi dice: Ma sì, è stato uno scherzo!”.
I primi pensatori cristiani erano fortemente influenzati dai giudizi negativi sul riso presenti nelle fonti greche e bibliche. Erano preoccupati per la perdita dell’autocontrollo associata alla risata tanto che, stando a Basilio di Cesarea, “ridere fragorosamente fino a sussultare con tutto il corpo non è proprio di chi ha l’anima in pace né di un uomo provato e padrone di sé stesso”. Anche loro, come Platone, associavano la risata all’aggressività.
Gli esseri umani, insieme ai primati che hanno imparato un linguaggio, sono i soli animali capaci di questo distacco giocoso perché sono animali razionali.
E’ il distacco comico che distingue da un punto di vista psicologico il divertimento dalle emozioni ordinarie e a spiegare perché l’umorismo sia tanto spesso un’esperienza estetica, facendoci cogliere la differenza tra commedia e tragedia.
Da un punto di vista etico, il distacco comico è invece la chiave per comprendere sia i pericoli sia i benefici dell’umorismo. John Morreall dimostra con questo libro la sconcertante ottusità della maggior parte dei filosofi nel non saper riconoscere il valore del distacco comico. Lo fa chiarendo i concetti di riso, divertimento e umorismo.
Inoltre Morreall fornisce due spiegazioni su cosa ha potuto produrre nei primi esseri umani l’umorismo e su come questo si è sviluppato: una psicologica e una evoluzionistica. La spiegazione evoluzionistica, basata sull’idea che l’umorismo ha un certo valore per la sopravvivenza, porta a un terzo piano di riflessione: la valutazione dei vantaggi notevoli che l’umorismo ha portato alla nostra specie.

Twitter:@marcoliber


John Morreall

Filosofia dell’umorismo
(traduzione di Edoardo Datteri)
Collana Galapagos
Sironi editore
2011

La saggezza dei santi

marzo 25, 2012

Robert H. Hopcke, psicoterapeuta junghiano, esamina gli elementi simbolici delle storie dei santi con l’intento di dimostrare come questo genere letterario possa rivelare a tutti alcune verità fondamentali su quello che ci contraddistingue come esseri umani e come potrebbe essere una vita del tutto realizzata nel corpo e nell’anima. Ma anche di che cosa sia l’esperienza del divino e come ci inviti a sviluppare una forma di coscienza più nobile di quello che siamo e di come potremmo diventare…
Le storie sacre cristiane, secondo Hopcke, possiedono alcuni tratti peculiari ed emblematici, poiché il cristianesimo, unico fra tutte le religioni del mondo, ci parla di un Dio incarnato e il concetto della “condiscendenza” di Dio, ovvero della sua volontà di vivere e morire come uomo, può significare che le storie sull’incarnazione di Dio in Gesù sono, nell’accezione più alta, dei racconti popolari.
A differenza delle saghe eroiche della mitologia greca, delle saghe norvegesi o indù, presentate con raffinato lirismo, e a differenza anche di una tradizione soprattutto orale (messa in forma scritta soltanto in un periodo più tardo, come accade per esempio nel giudaismo), tutti i testi essenziali del cristianesimo riguardano la persona di Gesù Cristo che incontra la gente semplice della vita quotidiana e affronta situazioni comuni a tutti gli esseri umani, com’è giusto che sia per una religione in cui l’incamazione di Dio viene considerata l’atto finale della rivelazione divina nella storia umana.
Eloquente ed efficace.

Twitter:@marcoliber


Robert H. Hopcke

La saggezza dei santi
(traduzione di Carla Lazzari)
Mondadori
2010

Il dio contratto

marzo 21, 2012

Il dio Contratto costituisce il punto di partenza del legame, sacro e garantito da una forza sociale divinizzata, che arriva prima di ogni convenzione sociale. Il contratto viene alla luce impersonato dal cosiddetto dio giurista, il dio della giustizia e del giuramento.
La società viene infine istituita per mezzo del contratto: così si ripeteranno nel corso della storia tutte le teorie del contratto sociale. Successivamente nell’epoca moderna il contratto incontra il capitalismo e diventa l’istituzione economica guida della società contemporanea subendo un’estensione enorme, spropositata…
Nel Protagora di Platone Zeus manda Ermes sulla Terra a impedire che gli uomini si facciano giustizia da soli «perché non possedevano l’arte politica». A causa di questa mancanza, della tekne che governa la polis, gli uomini si scontravano tra loro e morivano. E’ per evitare che la stirpe degli uomini finisse del tutto che Zeus invia Ermes: a distribuire rispetto e giustizia, «perché fossero principî ordinatori di città e legami produttori di amicizia».
E’ da allora che noi uomini coltiviamo l’arte politica resa possibile da giustizia e rispetto. Ma quella raccomandazione divina, «che tutti quanti ne partecipino», viene pienamente seguita solo nei pochi, fortunati momenti in cui ci riscopriamo popolo: in cui pienezza e pluralità si coniugano ancora, come era all’origine della città. Quando il polítes-cittadino (il termine deriva da quella stessa radice linguistica di pleos, pieno e polys, molti) si sentiva parte di un tutto. Non che quel legame di comunità fosse leggero, anzi a volte era opprimente: ma sempre più leggero della gabbia d’acciaio che pesa sull’individuo contemporaneo…
Illuminante e azzeccato.


Paolo Perulli

Il dio contratto
Einaudi
2012

La fedeltà alla filosofia

marzo 16, 2012

Gianni Vattimo è stato sempre convinto che, più di ogni altro filosofo, sono stati Nietzsche e Heidegger ad aver cambiato il “pensiero moderno”, dominato dalla fede in un graduale e crescente cammino verso la verità.
Vattimo spiega che la filosofia, dopo la decostruzione nietzscheana e heideggeriana dei valori occidentali, deve essere una “avventura della differenza”, un pensiero liberato dalla condanna platonica, dalla riduzione di ogni cosa a un singolo principio ideologico. Per lui la fine della modernità (il postmoderno) acquista credibilità filosofica solo se pensata in relazione alla problematica nietzscheana dell’eterno ritorno e a quella heideggeriana del “superamento della metafisica”. Anche se Nietzsche e Heidegger hanno sottoposto a critica e decostruito la tradizione del pensiero europeo, essi non hanno proposto un mezzo o un metodo per una soluzione critica, dissoluzione o superamento di questa eredità. E questo è ciò che per Vattimo li rende importanti. Infatti Nietzsche e Heidegger sono gli unici filosofi a non aver delineato una “nuova” filosofia, un nuovo programma intellettuale, come invece è il caso di Schopenhauer e Sartre. Nella riflessione di Vattimo, Nletzsche e Heidegger hanno suggerito in modo indiretto che per poter parlare dell’Essere dobbiamo ricordare che l'”ontologia” altro non è che l’interpretazione della nostra condizione; l’Essere è quindi il suo evento, e l’ermeneutica è necessaria per imparare a interpretare l’evento dell’Essere.
Se il pensiero degli antichi era condizionato da una visione ciclica del corso degli eventi, se il pensiero moderno è dominato dalla secolarizzazione della tradizione giudaico-cristiana e i postmoderni lo sono dalla “fine della storia” o dalla “fine della storia unitaria e privilegiata”, qual è allora la filosofia che corrisponde a questa specifica epoca dell’Essere? Per Vattimo, se questa dissoluzione segna la fine della storíografia come immagine di un processo unitario di narrazione degli eventi, la risposta deve essere nel riconoscere che alla fine della modernità comincia per la filosofia l'”avventura delle differenze”. In altre parole, per far fronte a questi “viaggi delle differenze”, la filosofia deve non solo riconoscere l’essere come un evento, la natura interpretativa del concetto di verità, ma anche riconoscere il suo status intellettuale di pensiero debole

Gianni Vattimo è tra i filosofi più importanti in ambito internazionale. Le sue opere sono state tradotte in tutto il mondo. Per commemorare il suo percorso filosofico, pensatori come Umberto Eco, Richard Rorty, Charles Taylor e molti altri hanno voluto dibattere i temi da lui affrontati.
Nel volume ci sono i contributi di Rüdiger Bubner, Paolo Fiores d’Arcais, Carmelo Dotolo, Umberto Eco, Manfred Frank, Nancy K. Frankenberry, Jean Grondin, Jeffrey Peri, Giacomo Marramao, Jack Miles, Jean-Luc Nancy, Teresa Ohate, Richard Rorty, Pier Aldo Rovatti, Fernando Savater, Reiner Schürmann, James Risser, Hugh J. Silverman, Charles Taylor, Gianni Vattimo, Wolfgang Welsch, Santiago Zabala.


Una filosofia debole

Saggi in onore di Gianni Vattimo
a cura di Santiago Zabala
Garzanti
2012

L’habitat naturale dell’esistenza

marzo 14, 2012

Delle immagini e della loro capacità di plasmare la struttura dell’uomo contemporaneo sembra che si sia già detto tutto. La stessa idea che la nostra sia la “società dell’immagine” ha corso il rischio di banalizzarsi, di diventare un luogo comune al pari dei fenomeni che si proponeva di descrivere. Il libro di Olaf Breidbach e Federico Vercellone condivide, almeno implicitamente, una critica del genere. Ma ne fa il punto di partenza per un percorso molto diverso, che abbandona il livello della diagnosi sociale per attraversare un campo di questioni completamente sconosciute al gergo contemporaneo dell’immagine. Il programma di Breidbach e Vercellone si svolge infatti all’insegna di presupposti del tutto peculiari: quelli tracciati dalla morfologia di Goethe e ripensati nel secondo Novecento da un autore come Francesco Moiso.
La forma, come la pensava Goethe, è il dispositivo che traduce il caos originario del mondo (la realtà, prima dell’attività con cui l’uomo la esperisce) in un equilibrio dinamico di forze. L’immagine entra in gioco a questo livello, come struttura attraverso la quale mettiamo in ordine i fenomeni. In questa prospettiva, la questione della forma assume dunque un rilievo fondamentale per descrivere i modi in cui ci orientiamo nella realtà. La portata innovativa del modello morfologico proposto da Breidbach e Vercellone sta proprio qui, nella riscrittura del problema dell’esperienza: una riscrittura nella quale la centralità dei procedimenti concettuali lascia spazio a un lessico diverso, attento ai processi della “messa in immagine”. Un’apologia del visuale, contro il primato del concetto, dunque? Sì, ma con un banco di prova fondamentale, che è anche la posta in gioco più importante del volume. L’intuizione goethiana sul ruolo dell’immagine nella nostra capacità di muoverci nel mondo trova infatti, secondo Breidbach e Vercellone, il proprio corrispettivo nel modo in cui si articola la logica della scoperta scientifica: da qui il sottotitolo del libro, che accosta scienza e arte. L’obiettivo è insomma quello di mostrare come la scienza oggi sia molto spesso scienza per immagini. Non però in un senso puramente “illustrativo”, come se si ricorresse alle immagini per tradurre ipotesi teoriche altrimenti difficili da divulgare. Bensì nel senso fecondo per il quale nella scoperta scientifica è l’immagine a venire prima della sua concettualizzazione: potremmo dire, della sua traduzione in parole. E questo processo di traduzione rimane sempre in qualche modo accessorio. In tal senso, il modello morfologico si riconnette alla riflessione più generale sulla cosiddetta svolta iconica (Gottfried Boehm): ossia l’idea che i fenomeni culturali che nel corso del Novecento hanno accresciuto la potenza e l’ambiguità delle immagini possano essere spiegati soltanto a partire dal riconoscimento che l’ambito del visuale è dotato di una normatività intrinseca, una vera e propria grammatica autonoma, ben più complessa di quella della parola. Ma dal punto di vista di Breidbach e Vercellone si tratta di un passaggio che si comprende soltanto se si enfatizza la capacità, da parte del visuale, di fornire l’habitat naturale all’esistenza: è attraverso l’immagine che si costituiscono i presupposti condivisi in grado di orientare la “comunità dei co-vedenti”.

(di Alberto Martinengo)

Pensare per immagini
Olaf Breidbach e Federico Vercellone
Bruno Mondadori
2011