Psicologia alchemica

giugno 11, 2013

Padroneggiare l’arte del fuoco e possedere la chiave dell’alchimia significa imparare e scaldare, entusiasmare, accendere, ispirare il materiale che stiamo lavorando, il quale è anche lo stato della nostra natura, in modo da attivarlo a passare a uno strato ulteriore.
S’intende che il laboratorio, il forno, le cucurbite ė gli alambicchi, gli assistenti sono creazioni della fantasia oltre che fenomeni materializzati. Sei tu il laboratorio; sei tu i vasi e la materia sottoposta a cottura. Dunque il fuoco è anche un calore invisibile, un calore psichico che implora di essere alimentato, di avere spazio per respirare e di ricevere costante attenzione amorevole. Come si fa a ottenere il calore capace di prosciugare gli umori flaccidi, le oppressioni plumbee, per distillare qualche preziosa goccia di inebriante chiarezza?

Psicologia alchemicaOKIl lavoro di Jung sull’alchimia è stato molto importante per la psicologia analitica perché ha aperto nuovi e imprevisti orizzonti. Hillman trae materia e ispirazione dagli studi di Jung e sviluppa in modo originale la sua idea di alchimia legata alla psicanalisi.
L’alchimia è un’arte per marginali, per chi si trova al limite. Un’arte della natura che eleva le temperature della natura, un’attività artigianale alle prese fisicamente con materiali percepibili dai sensi.
Il linguaggio dell’alchimia può rivelarsi l’aiuto più prezioso per la terapia junghiana. Per Hillman il linguaggio alchemico è una modalità di terapia, è terapeutico in sé.
“L’alchimia dispone di un assortimento di recipienti di qualità differenti, di diverse fragilità, visibilità e forma: serpentini per la condensazione, alambicchi a più teste, pellicani, cucurbite, vasche piatte scoperte. Per contenere la nostra materia e per cuocerla possiamo usare il rame oppure il vetro oppure l’argilla.”
La psiche si manifesta sempre in comportamenti ed esperienze specifiche e in immagini sensuose assai precise. Per questo le parole dell’alchimia agevolano e sorreggono. Perché sono concrete e indicano le operazioni che si compiono nella “lavorazione” della psiche. Con l’alchimia si impara a far volatilizzare la vaporosità, a far evaporare gli annebbiamenti, a calcinare le passioni per ridurle a essenze secche. Si impara a condensare e congelare gli stati di nebulosità in modo da ricavarne gocce limpide e cristalline. Si impara a coagulare e a fissare, a dissolvere e a provocare la putrefazione, a mortificare e ad annerire…

James Hillman, Psicologia alchemica, traduzione di Adriana Bottini, Adelphi, 2013.

Il corpo disabitato

giugno 10, 2013

il corpo disabitatoColui al quale è troppo caro il proprio corpo, tiene in poco conto la virtù. Così scriveva Seneca.
Si può parlare di virtù del sesamo o di virtù degli asparagi, della zucca… Ma si può parlare di virtù del fitness?
Oggi il fitness è una sorta di sfida e forse per questo viene praticato da chi ha consapevolezza del proprio corpo. Il mondo del fitness è un luogo ricco di promesse e “la promessa che la vita può essere governata e controllata da una volontà cosciente, organizzata e disciplinata che fa del corpo il suo strumento di dominio della realtà”.
Tenersi in forma, essere giovani, belli, atletici, in salute… Sono questi gli obiettivi del fitness, che però può diventare una sorta di gabbia, una religione, un credo ideologico e un pericoloso comportamento compulsivo.
Si fa di tutto per tenere il corpo in un perenne stato di ricatto esistenziale e se smetti… non esisti più.
E’ questo aspetto che apre scenari complessi sui codici del comportamento sociale. “Ciò che si rivela essere in gioco – a un’attenta analisi del fenomeno – è la dimensione semiotica e fenomenologica del corpo impegnato nel compito di clonarsi all’infinito.”

Sandro Vero, Il corpo disabitato, Franco Angeli, 2008.

Il compagno dell’anima

maggio 19, 2013

I pazzi e i sognatori credono in ciò che è falso, scriveva Platone. “Il sogno è l’infinita ombra del Vero”, esclama Alessandro Magno, nel poemetto che gli dedica Giovanni Pascoli;’ dopo aver marciato con i suoi soldati fino alle sponde dell’Oceano Indiano, riflette sulla coincidenza imperfetta tra sogno e realtà: senza limiti il primo, circoscritta e parziale la seconda. Meglio fermarsi al di qua dalle montagne e toccare, nella profondità del mondo interiore, orizzonti che dal primo valico non si possono scorgere.
Sogno e follia sono percorsi di conoscenza alternativi ai procedimenti consueti della razionalità. E sono forme diverse d’illusione, dal momento che chi è folle, al pari di chi sogna, scavalca i confini della ragione ed esprime modi d’essere fondati sul dissolvimento del senso comune, traducendo il rapporto tra l’io e il mondo in una riscrittura deformata, eccessiva, si direbbe quasi teatrale.
A differenza della follia, però, il teatro del sogno ha un solo spettatore: la persona che sogna. E davvero in questo caso di teatro bisogna parlare in senso proprio, perché le fantasie oniriche drammatizzano attraverso scene e azioni una realtà psichica che non potrebbe emergere in altri modi, ma può rendersi percepibile solo attraverso le sfuggenti trame che si compongono e si disfano da sole davanti ai nostri occhi addormentati.

comanima“Ognuno sogna i sogni che si merita”, scriveva Gesualdo Bufalino.
Un sogno è una specie di mimo silenzioso, diceva Tertulliano. “Immagina un gladiatore senza le sue armi o un auriga senza il suo cocchio nell’atto di imitare con i gesti le movenze e le posizioni della loro arte: combattono, gareggiano, ma è un agitarsi a vuoto. Eppure sembra che accadano cose che in realtà non esistono”.
Quello del sogno non è uno spazio vuoto, ma uno spazio aperto in cui possono entrare persone lontane, o assenti. L’esempio più in là nel tempo di questa vertigine dell’esistere e del non esistere è il sogno di Achille nell’Iliade, in cui Patroclo appare vicino, bello e misterioso malgrado sia già morto.
Il sogno, per Platone, è l’inseparabile compagno dell’anima che lo genera, il prodotto della sua parte più segreta.
Nella civiltà greca la considerazione riservata ai sogni era altissima. I sogni erano emissari divini, erano illuminazioni notturne molto vicine alla sfera religiosa. Attraverso il rito divinatorio dell’incubazione si guarivano i sofferenti ed era il dio stesso ad apparire in sogno e indicare la terapia, o – più spesso – curare direttamente i mali.
Nei sogni raccontati dagli autori classici la vita e la morte sono due situazioni interscambiabili. Il sogno è il luogo per eccellenza in cui realtà improbabili s’incontrano, comunicano, e talvolta si scambiano di posto.
Omero immagina i morti nell’Ade simili a un sogno. Quando Odisseo incontra la madre Anticlea nel buio regno sotterraneo va verso di lei per abbracciarla, ma per tre volte il fantasma gli svanisce tra le mani volando via “come un ombra o un sogno”. “Ah, figlio mio – gli dice poi dolente la madre – questo è il destino di ogni uomo, quando il fuoco dissolve le ossa sul rogo e la forza vitale vola via; da quel momento l’anima vaga nel mondo delle ombre, simile a un sogno”.

Un libro intenso e profondo questo di Giulio Guidorizzi. Un libro scritto con grande lucidità e concentrazione che è uno splendido viaggio alle origini della cultura occidentale.

Giulio Guidorizzi, Il compagno dell’anima – I Greci e il sogno, Raffaello Cortina editore, 2013.

Intorno al senso del nulla

maggio 3, 2013

intorno al senso del nulla2“Pare un assurdo, eppure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni”, pare ammonire Giacomo Leopardi nello Zibaldone.
Per Emanuele Severino l’intera storia dell’Occidente è stata condizionata dalla concezione greca del divenire, inteso come sparire nel nulla.
Da molto tempo gli scritti di Severino affrontano il tema del nulla. Da La struttura originaria (1958) a La morte e la terra (2011).
Intorno al senso del nulla si ricollega a queste due opere rivelando quanto l’ambiguità del nulla sia ben più profonda di quanto possa sembrare.
Severino pone sullo stesso piano essere e nulla. La cultura occidentale ha tolto la forza (il senso) dell’essere e ha elevato il nulla alla dignità dell’essere.
“L’essere è, il non-essere (il nulla) non è”, frase depositaria di Parmenide, è una delle verità originarie da cui l’uomo occidentale si è allontanato.
L’essere e il nulla sono all’opposto in senso assoluto e l’essere è sempre e il nulla non è sempre: se l’essere è sempre, è impossibile che il nulla possa esistere perché l’essere vi si oppone sempre e in eterno. Per questo tutto ciò che esiste è eterno e non può degradarsi e perire, come non può scaturire dal nulla.
“Il senso del vuoto, della privazione, dell’assenza sono al centro della storia dell’uomo”, scrive.
Il significato radicale che il nulla ha assunto nel pensiero filosofico accompagna come un’ombra non solo questa forma di pensiero, ma tutta la storia dell’Occidente.
“E’ la radice dominante dell’angoscia dell’uomo occidentale (che ormai è l’uomo planetario). Non solo perché il nulla è il nulla, ma anche per il carattere ambiguo di tale radice. Già Platone si accorge che pensare il nulla e parlare del nulla è pensare qualcosa e parlare di qualcosa. Come se il nemico che si ha di fronte si sdoppiasse. E ci ingannasse sulla sua identità.”

Emanuele Severino
, Intorno al senso del nulla, Adelphi, 2013.

Come cambiare il mondo

aprile 30, 2013

Come posso io, singolo individuo in un mondo popolato da miliardi di persone, sperare di cambiare le cose? Ci sono molte ragioni per cui una domanda tanto disfattista sorge spontanea: l’educazione ricevuta, una vita di frustrazioni e amarezza, e il ricordo doloroso dei momenti in cui non siamo stati in grado di Fare Qualcosa.
Ma non c’è dubbio che facciamo la differenza in ogni momento. Il vero problema è che, se cambiamo le cose solo in modo inconsapevole, probabilmente non otterremo mai l’effetto desiderato.

Come cambiare“Il pensiero è disfattista; se non è quello dei grandissimi filosofi; ma allora è poesia”, scriveva Ardengo Soffici. Il disfattismo e la negatività sono sempre dietro l’angolo e sono un pericolo costante e purtroppo persistente. “Così va il mondo”, “Questo e’ il Sistema”, “Tanto sono tutti uguali!”, “Non possiamo farci nulla. E’ tutto deciso…”.
In realtà possiamo davvero fare la differenza e in ogni singolo istante possiamo decidere quello che succederà subito dopo. Le nostre sono azioni sono intenzionali, e altrettanto gravide di conseguenze. C’è chi pensa che la nostra vita quotidiana non possa cambiare il corso della storia, ma è ormai chiaro che la storia è in realtà l’effetto congiunto di tante piccole cose che le persone comuni fanno ogni giorno. “Un numero infinito di azioni infinitesimali” le definiva Lev Tolstoj.
Per Tolstoj, infatti, “cambiamo il corso della storia dal momento in cui ci alziamo al mattino fino a quando andiamo a letto la sera, e non solo con le cose che facciamo, ma anche con quelle che non facciamo. Ciò è evidente, ad esempio, nel momento in cui andiamo – o non andiamo – a votare. Ma la conclusione logica è che facciamo la differenza anche dopo essere andati a letto, perché dormiamo anziché, ad esempio, lavorare tutta la notte a qualche manifesto politico rivoluzionario o perlustrare le strade per dare da mangiare ai senzatetto.”
Insomma, tutti siamo responsabili del modo in cui stanno le cose. Tutti siamo fondamentali, nessuno è insostituibile e ognuno di noi è l’ago della bilancia nella battaglia tra le nostre migiori e peggiori possibilità. E la forza con cui lottiamo per risollevarci dipende dalla percezione che si può e si deve fare…

John-Paul Flintoff, Come cambiare il mondo (se il mondo non ti piace), traduzione di Simona Sollai, The School Of Life, collana diretta da Alain de Botton, Guanda, 2013.