Archive for the ‘Frammenti’ Category

Vita

novembre 8, 2012

“Vita” è una parola plurale. Se non in senso strettamente morfologico, certo nella sua capienza, nella natura inclusiva, in ciò che essa contiene. Sotto un singolare femminile, l’italiano racchiude sensi e direzioni diverse. Solo un confronto ravvicinato con la parola può dar conto della sua multiformità, che è anche indicazione di sostanze molto diverse fra loro. “Vita” è un singolare solo apparente. Infatti, altrove non lo è.
“Condizione di ciò che vive, proprietà essenziale degli organismi viventi, in quanto nascono, crescono, si riproducono e muoiono (e anche il principio vitale considerato in se stesso).”
“Modo di vivere di una persona, di trascorrere un determinato periodo in relazione alle diverse circostanze di ordine etico, economico, professionale, sociale, affettivo, spirituale, intellettuale o, anche, agli aspetti esteriori pratici che possono essere presi in considerazione.”
“(per estens.) Vitalità del pensiero; intensità, fervore di un sentimento; energia spirituale o intellettuale; forza d’animo.”
“Forza universale che impregna di se e anima il mondo naturale o spirituale. ”
“Forza, efficacia stilistica, di espressione; incisività; icasticità di un’opera letteraria o artistica, di un linguaggio.”

Dice un proverbio cinese: “dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”. “La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare”, scrive Schopenhauer. “La vita ai miei occhi è solo qualcosa su cui provare la forza dell’anima”, ci ricorda il poeta Robert Browning.
La parola “vita” esprime tanti significati e accezioni. Il femminile singolare italiano indica tutta la sua portata e la sua capacità di accogliere in sé il plurale. E’ un singolare apparente, manifesto e illusorio allo stesso tempo.
“Il plurale che la vita contiene, in quanto parola e determinazione, è cifra di indeterminatezza oltre che di varietà. La vita è una parola plurale perché non c’è modo di definirla se non imboccando vie diverse, divergenti. Non tanto nei suoi gradi, dall’ameba in su nella moltiplicazione e in giù nel tempo che ci vuole perché la vita si complichi. Vita significa già di per sé una serie di azioni diverse, inafferrabili come unità e fors’anche in reciproca contraddizione. Un insieme incongruo di nascere, nutrirsi, riprodursi e morire. Solo chi vive, muore. Anche questo è un assurdo, cioè qualcosa di indefinibile e che comprendiamo solo per rassegnazione, senza vero convincimento.”

Elena Loewenthal, Vita,  Raffaello Cortina, collana Moralia, 2012.

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Sincerità

novembre 7, 2012

Se colui che inganna e colui che viene ingannato sono la stessa persona bisogna o che la coscienza proceda per intermittenze, restando continuamente divisa e mai intera a se medesima, o che, in qualche modo, l’insincero verso se stesso si trovi a sostenere punti di vista contraddittori senza avvertirne l’insostenibile incoerenza. Mentre il veridico e il verace si misurano con duplicità esteriorizzate, che possono essere messe alla prova nel teatro sociale, ossia verificate intersoggettivamente, e che hanno nell’associazione con il coraggio per quanto concerne la veridicità e con la fedeltà per ciò che riguarda la veracità le loro virtù accessorie, il sincero si trova a richiedere il supporto e quindi l’associazione con le virtù temporalizzanti della costanza, della perseveranza e della pazienza.

“E’ sincero il dolore di chi piange in segreto”, scrive Marziale. “Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero”, rivela Oscar Wilde.
Oggi come oggi si intende la sincerità come identità dell’individuo con se stesso.
Sincero è chi, con assoluta verità, esprime quello che è. Veridicità è dire quello che si pensa, veracità far ciò che si dice.
Veridicità, veracità e sincerità sono parole irrimediabilmente collegate fra loro. Chi si comporta in modo verace dice la verità perché la vuole dire e per essa è disposto a impegnarsi. Veridico è colui che di solito dice la verità sulle cose, verace chi dice la verità su se stesso…
“Ma se con le parole possiamo disvelare i nostri pensieri agli altri e comunicare loro ciò che crediamo sia la verità e con gli atti possiamo manifestare la nostra convinzione dandone pubblica prova nel mondo, soprattutto cercando di trasformarlo di conseguenza, gli unici testimoni di questa effettiva sincerità siamo sempre noi stessi. Solo introspettivamente, infatti, nel dispiegarsi di quello spazio metaforico, concavo e speculare, che la tradizione filosofica occidentale ha chiamato, di volta in volta, con i nomi di anima, interiorità, “io”, soggetto, persona, coscienza individuale ecc., sappiamo con quale intenzione diciamo le cose che diciamo o facciamo le cose che facciamo.”

Andrea Tagliapietra, Sincerità, Raffaello Cortina, collana Moralia, 2012.

Il soffio vitale

dicembre 30, 2011

Il termine psychê con Omero indicava il soffio vitale che si esalava con la morte, ma anche il fantasma che nell’Ade sopravviveva alla morte.
Nella tradizione orfica psychê designava il demone imprigionato nel corpo per scontare la colpa originaria.
Una delle più citate massime del Qi Gong (tutta quella serie di pratiche e di esercizi congiunti alla medicina tradizionale cinese e in parte anche alle arti marziali) è “raffina il JING (l’essenza) per ottenere il QI (il soffio); raffina il QI per ottenere lo SHEN (lo spirito) e ritorna al vuoto.”
Nella riflessione filosofica arcaica l’anima è da un lato associata alla physis come principio generatore e motore intrinseco, dall’altro, a partire almeno da Eraclito, all’intelligenza.
“Soffiando, inalando, espirando ed aspirando, espellono il vecchio per assorbire il nuovo” scrive Zhuangzi in un testo taoista del IV-II sec. a.C.
Nel Qoelet, il testo contenuto sia nella Bibbia ebraica che in quella cristiana, si dice che “nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della sua morte”. Si dice anche che non è ben chiaro se il soffio vitale dell’uomo salga in alto “e se quello della bestia scenda in basso nella terra” e che non c’è niente di meglio per l’uomo “che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte.”

Andare oltre l’apparenza

febbraio 27, 2011

Scrive Plotino (in greco Πλωτῖνος, nato a Licopoli in Egitto nel 204 o 205 d.C.) che “la coscienza umana è sottoposta a continui stimoli che la educano poco alla volta e spontaneamente a percepire la bellezza dell’universo… E’ necessario che un’anima sia capace di contemplarle: coloro che la vedono provano gioia, stupore, commozione… perché essi toccano delle realtà. Queste sono infatti le emozioni che devono seguire al contatto di ciò che è bello: lo stupore, la meraviglia gioiosa, il desiderio, l’amore e lo spavento accompagnato da piacere.”
Per Plotino è necessario andare oltre l’apparenza. E’ vero che i nostri sensi ci offrono ogni volta mille cose e mille loro faccettature capaci di suscitare il nostro interesse, ma non possiamo affidarci del tutto a loro perché finiremo per perderci nel particolare. Si coglierebbe l’epidermide della realtà e non il suo lato nascosto, la sua unità.